Partire non è solo spostarsi. La migrazione come trasformazione della parola

C'è qualcosa che chi migra conosce bene e che risulta difficile spiegare a chi non l'ha vissuto: il momento in cui ci si accorge di non essere più la stessa persona che si era prima di partire, ma di non essere ancora la persona che si diventerà.
C'è qualcosa che chi migra conosce bene e che risulta difficile spiegare a chi non l'ha vissuto: il momento in cui ci si accorge di non essere più la stessa persona che si era prima di partire, ma di non essere ancora la persona che si diventerà. Si è nel mezzo, sulla soglia, in un luogo che non ha ancora un nome preciso e che, tuttavia, bisogna abitare.
La migrazione viene comunemente descritta come uno spostamento fisico, da un paese a un altro, da una città a un'altra, come se il movimento fosse principalmente geografico e il resto seguisse naturalmente. Ma quello che accade dentro, nel tessuto più profondo dell'identità, è qualcosa di ben più radicale: una trasformazione che, come tutte le trasformazioni profonde, passa attraverso la parola, o più spesso attraverso la sua crisi.
La lingua che non è tua
Chi si trova a ricominciare in un nuovo paese conosce una forma particolare di disagio che non riguarda la competenza linguistica, e che proprio per questo è difficile da nominare. Non si tratta soltanto di non trovare le parole giuste in spagnolo, in inglese, in francese; si tratta di qualcosa di più sottile: la sensazione che quelle parole, anche quando arrivano con fluidità, non siano del tutto proprie, che le si usi senza sentirle risuonare nello stesso modo in cui risuonano quelle della lingua madre.
Nella propria lingua le parole hanno storia, sono cariche di infanzia, di odori, di momenti specifici e irripetibili. La parola casa in italiano non è uguale alla parola casa in spagnolo, anche se si scrivono in modo identico, perché portano mondi diversi, sedimentati in strati di esperienza che la traduzione non riesce a trasferire. E quando si vive in una lingua non propria, si abita inevitabilmente una certa distanza tra sé e quello che si dice, una sorta di sfasamento tra il pensiero e la sua espressione che può risultare estenuante oppure, in altri momenti, curiosamente liberatorio.
Celan scriveva in tedesco, la lingua dei suoi persecutori, e ne ha fatto il suo linguaggio poetico più profondo e più personale; Cioran ha abbandonato il rumeno per il francese e ha detto che riscriversi in un'altra lingua è stata la sua seconda nascita. Non siamo tutti Celan o Cioran, ma l'esperienza che descrivono, abitare una lingua non completamente propria, trovare in quella distanza una forma di pensiero, appartiene, in qualche misura, a chiunque abbia attraversato una migrazione.
Quello che si lascia e quello che si trova
Partire significa lasciare, e non soltanto i luoghi. Si lasciano anche i ruoli, le relazioni, la rete densa di riconoscimenti reciproci che nel paese d'origine ci diceva chi eravamo senza bisogno di spiegarlo. Nel luogo di provenienza ognuno occupa una posizione fatta di storia condivisa, di memoria comune, di un modo di essere riconosciuti dalla famiglia, dai colleghi, dagli amici, persino dagli sconosciuti, che non richiede presentazione perché è già implicito nel fatto di essere lì.
Quando si arriva altrove, tutto questo ricomincia da capo: nessuno ti conosce, nessuno sa chi eri prima di arrivare, e bisogna iniziare a costruire una presenza che nel paese d'origine si aveva senza averla costruita consapevolmente. Costruire richiede parole, presentazioni, narrazioni di sé che prima non erano necessarie proprio perché si davano per scontate, e quella necessità improvvisa di spiegarsi può risultare strana, a volte estenuante, come se si dovesse all'improvviso giustificare la propria esistenza davanti a ogni nuovo interlocutore.
Eppure, in quella stessa difficoltà risiede una possibilità rara: quella di raccontarsi dall'inizio, di scegliere consapevolmente cosa conservare della storia precedente e cosa lasciare, di costruire un'identità che non sia soltanto il prodotto accumulato di ciò che si è stati ma anche di ciò che si sceglie di diventare. La migrazione si situa, in questo senso, al confine tra lutto e rinascita, e entrambe le dimensioni sono reali, entrambe meritano di essere riconosciute senza che l'una cancelli l'altra.
Il corpo in un nuovo paese
La trasformazione migratoria non riguarda soltanto la mente né si esaurisce nella dimensione linguistica: riguarda anche il corpo, il modo in cui il corpo occupa lo spazio e si relaziona con gli altri. Chi migra sa che il corpo impiega tempo ad adattarsi, e non soltanto al clima o al cibo o ai ritmi diversi, ma a tutta la configurazione non verbale della nuova cultura: le distanze fisiche tra le persone, il contatto visivo, il tono di voce appropriato secondo il contesto, i gesti che significano una cosa qui e un'altra altrove.
Sono competenze che si acquisiscono nell'infanzia quasi senza accorgersene, che si incorporano nel senso più letterale della parola e che funzionano in modo automatico fino al momento in cui il contesto cambia e l'automatismo non serve più. In un nuovo ambiente culturale ci si può trovare a sentirsi goffi, fraintesi o fuori posto senza capire esattamente perché, non perché si stia facendo qualcosa di sbagliato ma perché il codice che si usa non è condiviso da chi ci circonda, e quell'esperienza di straniamento merita di essere presa sul serio, perché non è superficiale né passeggera, ma riguarda il modo più fondamentale in cui abitiamo il mondo e trasmettiamo chi siamo.
Il lutto migratorio
Esiste un nome per quella sensazione di peso che accompagna chi migra, anche quando tutto intorno funziona: lutto migratorio. È importante sottolineare che non si tratta di una patologia, ma di un processo normale e necessario che accompagna qualsiasi perdita significativa, in questo caso una perdita che è in realtà multipla e scaglionata nel tempo: il paese, la lingua, la famiglia, gli amici, il lavoro costruito durante anni, la posizione sociale, la casa, il clima, gli odori e i suoni che costituivano lo sfondo sensoriale della vita quotidiana.
Non tutte queste perdite hanno lo stesso peso né si avvertono nello stesso momento: alcune arrivano subito, con tutta la loro forza, mentre altre emergono lentamente, mesi o persino anni dopo la partenza, in momenti inaspettati e a volte disorientanti, quando si credeva di aver superato la fase più difficile dell'adattamento. Il lutto migratorio ha inoltre una particolarità che lo distingue da altre forme di perdita: non è definitivo, perché il paese da cui si è partiti è ancora lì, ci si può tornare, e quella possibilità, che potrebbe sembrare rassicurante, rende in realtà il processo elaborativo più ambiguo e più difficile, perché l'oggetto del lutto non è veramente perduto e non può essere trattato allo stesso modo.
C'è chi rimane sospeso tra due mondi per anni senza sentirsi del tutto a casa in nessuno dei due, chi idealizza il paese d'origine fino a renderlo irriconoscibile, chi rifiuta il nuovo contesto come forma inconsapevole di fedeltà a ciò che ha lasciato. Tutti questi sono movimenti comprensibili, modi di gestire un'esperienza di perdita che non ha un modello unico né un percorso predefinito, ma che in tutti i casi chiedono di essere attraversati con consapevolezza piuttosto che evitati.
Costruire un racconto
Una delle cose più importanti che si possa fare di fronte a un'esperienza di migrazione è trovare il modo di raccontarla, a sé stessi prima ancora che agli altri, non per ridurla a un'unica storia lineare e coerente che la semplifichi, ma per darle una forma che permetta di abitarla senza esserne travolti. Mettere in parola un'esperienza non significa semplicemente descriverla: significa trasformarla, darle una struttura simbolica attraverso cui il soggetto può riconoscersi come autore di ciò che ha vissuto invece di esserne soltanto l'oggetto. Il racconto offre qualcosa di prezioso: la possibilità di diventare, almeno in parte, protagonisti della propria storia, anche quando quella storia è stata dolorosa e non scelta.
C'è una differenza significativa tra essere qualcuno a cui è capitato qualcosa e essere qualcuno che ha attraversato qualcosa e ne sta cercando attivamente il senso, una differenza che può sembrare sottile ma che cambia profondamente il rapporto che si ha con la propria storia e con la persona in cui quella storia ci ha trasformati. Questo è, in fondo, il lavoro che si fa in terapia, ma anche quello che si fa in qualsiasi spazio di pensiero condiviso, in qualsiasi gruppo in cui persone con esperienze simili si incontrano per confrontarle ed elaborarle insieme, scoprendo che la parola restituita diventa un atto di riconoscimento: riconosco che questa esperienza è mia, che ha avuto un peso reale, che mi ha trasformata, e che posso continuare a raccontarla mentre continuo a vivere.
La soglia non è un posto di passaggio
Esiste la tendenza a pensare alla migrazione come a una fase transitoria che ha un inizio e una fine definiti: si parte, si arriva, ci si adatta e la vita prosegue come prima ma altrove. Come se la soglia fosse soltanto un momento di attraversamento verso una nuova stabilità, una parentesi tra due normalità.
Ma la soglia, per chi migra, diventa spesso qualcosa di più di un posto di passaggio: diventa una condizione permanente, non nel senso di una mancanza di integrazione o di un fallimento del processo migratorio, ma nel senso che si impara, ed è possibile imparare, a vivere su più livelli contemporaneamente, essere di qui e di là allo stesso tempo, parlare più lingue, abitare più culture, portare più storie che non si annullano tra loro ma si sovrappongono e si arricchiscono reciprocamente.
Questa condizione, quando è elaborata e non negata, non è un limite ma una ricchezza: è la capacità di stare nel mezzo senza perdersi, di trovarsi precisamente in quello spazio di confine dove le identità non sono dati fissi ma costruzioni vive che si negoziano e si rinnovano nel racconto che facciamo di noi stessi, ogni giorno, in qualsiasi lingua.
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