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17 settembre 20268 min di letturadi Daniela Rubinacci

Quando l'amore diventa l'unico posto dove esistere

Mani che sorreggono una tazza, immagine di cura e riconnessione con sé

Chi sono io quando l'altro non mi guarda? Una riflessione su come preservare il desiderio, l'identità e un luogo proprio dentro la relazione.

«Quando sono sola mi sento piena di energia, faccio tante cose che mi piacciono, penso a me. Poi mi innamoro e mi annullo, mi sembra di pensare solo alla relazione, e non so più dove sono io.»

Capita in studio di incontrare donne che arrivano con una vita già piena, con progetti in corso, con un modo proprio di stare al mondo che si riconosce subito. Si accomodano e tutto il discorso si incentra sull'altro, sul partner, sulla famiglia, sul rapporto con i colleghi. Mano a mano che proseguono le sedute osservo quell'energia vitale, unica di quella specifica donna, che avevo notato nel primissimo incontro, spostarsi, decentrarsi, annodarsi tra le complicazioni della relazione con l'altro. Cosa voleva dire quando ha detto questo? Ma perché fa così? È sempre così stanco, arrabbiato, pieno di cose. Eppure dietro le quinte, oltre i vari personaggi che non sono in studio ma che occupano la scena, si vede ancora la donna che fa fatica a farsi ascoltare, e che più di tutto fa fatica a farsi ascoltare da sé stessa.

Sembra frequente che nell'incontro con l'amore alcune donne sentano di dover scegliere tra la relazione e la loro vita, ossia le loro passioni, i loro progetti, i loro interessi. Non è soltanto la difficoltà concreta di far stare tutto dentro le stesse giornate, che pure esiste ed è reale. È qualcosa che avviene prima, in un luogo più silenzioso, dove si è imparato che amare richiede una sottrazione, e che per fare posto all'altro si debba arretrare, come se l'amore avesse bisogno di spazio vuoto per esistere e quello spazio andasse ricavato da sé stesse. Come se l'incontro con l'amore richiedesse necessariamente un passo indietro di sé e un dedicarsi totalmente alla relazione. A quel punto la relazione diventa tutto il proprio mondo e non più un campo dove portare il proprio mondo e ampliarlo.

Quando questo accade la presenza dell'altro cambia funzione. Non è più qualcosa che arricchisce una vita che esisteva già, diventa la condizione perché quella vita abbia un senso riconoscibile, e a quel punto una domanda comincia a lavorare sotto la superficie, a volte pronunciata chiaramente, più spesso soltanto intuibile dal modo in cui si racconta una storia: ma chi sono io quando l'altro non mi guarda?

L'amore come luogo di esistenza

È una domanda che non riguarda soltanto il momento presente, perché tocca qualcosa di più profondo e di più strutturale, il modo stesso in cui una donna ha imparato a esistere, a darsi un contorno, a trovare una consistenza, al punto che la relazione non è più lo spazio in cui porta quello che è, ma quello in cui spera di trovarlo.

Ed è per questo che alcuni legami finiscono per occupare tutto, non perché siano più importanti di altri o più intensi, ma perché sono diventati il luogo in cui ci si è trovate, e uscirne, o anche soltanto prenderne distanza, significherebbe perdere quel luogo.

Lo sguardo dell'altro, il suo riconoscimento, la sua approvazione, la sua presenza, diventa allora la condizione perché quella consistenza regga, e quando quello sguardo si ritrae, quando l'altro si allontana o diventa indifferente, non si tratta soltanto di una perdita affettiva, ma di qualcosa di più vicino a uno svuotamento, a una perdita di contorno.

È questo che rende comprensibile ciò che dall'esterno sembra non avere spiegazione, e cioè come si possa restare in una relazione che fa male, tornarci anche sapendo che nulla cambierà, e come la sofferenza dentro la relazione possa risultare più sopportabile del vuoto fuori di essa, un vuoto che non ha nulla a che vedere con la solitudine pratica né con l'incapacità di provvedere a sé stesse. Molte di queste donne sanno benissimo cavarsela da sole, gestiscono lavoro e giornate senza bisogno di nessuno, e proprio per questo nessuna parola tra quelle che circolano sembra adatta a nominare quello che provano. Eppure può accadere che tutto continui a funzionare, il lavoro, gli impegni, le amicizie, e che tutto insieme perda colore nel momento in cui quella relazione vacilla, come se ogni cosa valesse qualcosa soltanto perché c'era qualcuno che la guardava accadere.

Non è irrazionalità, è la logica interna di chi sente che la propria identità dipende da ciò di cui l'altro ha bisogno, da come l'altro guarda, da quanto l'altro approva, e c'è persino qualcosa di familiare in quel dolore, qualcosa che si conosce e che proprio per questo spaventa meno dell'ignoto di una vita diversa.

Quello sguardo ha però una storia che comincia molto prima di qualunque relazione amorosa. Nel senso più elementare del termine è lo sguardo che dice ti vedo, esisti, e che nell'infanzia costituisce l'esperienza a partire dalla quale ci si riconosce come qualcuno, perché è cercando il proprio riflesso nel volto di chi si prende cura di noi che si impara ad avere una forma.

Quando quel volto non restituisce nulla, o restituisce qualcosa di incostante e imprevedibile, resta qualcosa di aperto e in attesa, una domanda che continuerà a cercare risposta nei legami successivi.

Ed è per questo che molte donne tendono, senza saperlo, verso relazioni che riproducono qualcosa di già conosciuto, non per una ricerca della sofferenza ma perché è in quel modo che hanno appreso come si ama. E così, in ogni nuova storia si accende l'illusione silenziosa che questa volta possa andare diversamente, che questa volta si riesca finalmente a ottenere quello che allora è mancato, una scommessa che si rinnova e che non può essere vinta, perché ripropone il problema invece di elaborarlo.

Nominare tutto questo non significa distribuire colpe verso le madri, le famiglie, le storie di provenienza, ma capire da dove viene un certo modo di stare nella relazione, quel bisogno di essere viste che a volte diventa più urgente del benessere e più forte persino del dolore, un bisogno che non è esclusivamente femminile ma che nelle donne trova forme più facilmente riconoscibili, e che attraversa molti momenti della vita e non soltanto le relazioni amorose, perché lo si ritrova nel modo in cui alcune donne vivono la maternità, il lavoro, l'amicizia, ogni spazio in cui la domanda su chi si è torna a presentarsi.

Il nome che la relazione dà

Quello che colpisce, ascoltando queste storie, è come la relazione amorosa venga chiamata a fare qualcosa che va oltre l'amore stesso, e cioè costruire un'identità, dare un nome, offrire una collocazione nel mondo, perché diventare la fidanzata di, la moglie di, l'amata di non sono posizioni vuote, portano con sé un riconoscimento reale, e sarebbe ingenuo negarne il peso.

Il bisogno di essere riconosciute dall'altro è del resto qualcosa di costitutivo, nessuno esiste a prescindere dallo sguardo che lo riconosce, e cercare conferma nei legami è legittimo e inevitabile. Tanto che il problema non sta nel cercare quel riconoscimento nella relazione, ma nell'ancorare la propria esistenza a una sola relazione amorosa come se fosse l'unica fonte possibile, come se senza di essa non restasse nulla.

È lì che la fragilità emerge, non nel bisogno di essere viste, che è umano, ma nel fatto che quell'unico sguardo diventa la condizione di tutto, e quando quella struttura vacilla, quando l'altro delude, tradisce o si allontana, la crisi non è soltanto relazionale, è una crisi di senso, di identità, di orientamento, perché non esisteva un altro luogo da cui guardarsi.

Cosa può cambiare

Il lavoro terapeutico in questi percorsi non consiste nel convincere qualcuna a lasciare una relazione né nel dimostrarle che sta sbagliando, ma in qualcosa di più lento e più profondo, che è creare le condizioni perché possa interrogare il proprio desiderio invece di dedurlo da quello dell'altro, e perché la domanda su di sé smetta di passare interamente attraverso lo sguardo di qualcuno.

Chi sono quando nessuno mi guarda? Cosa voglio davvero, al di là di quello che ho imparato a voler essere? Come distinguo quello che desidero da quello che altri hanno desiderato per me?

Sono domande che fanno paura, e aprire quello spazio richiede tempo e coraggio, ma è lì che qualcosa comincia a muoversi, e quello che a volte accade è che l'energia di cui parlavo all'inizio torni a circolare, non contro la relazione, ma dentro una relazione in cui non sia tutta la propria esistenza a essere in gioco ogni volta.

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