Quando l'amore diventa l'unico posto dove esistere

Chi sono io quando l'altro non mi guarda? Una riflessione sulla dipendenza affettiva, sull'identità e sulla possibilità di costruire un luogo proprio da cui esistere.
C'è una domanda che torna spesso nel lavoro clinico con le donne che vivono una relazione di dipendenza affettiva, a volte pronunciata chiaramente, a volte soltanto intuita nel modo in cui si racconta una storia: ma chi sono io quando l'altro non mi guarda?
Non è una domanda semplice, ed è anzi una delle più difficili e più necessarie che una persona possa portare in uno spazio terapeutico, perché per risponderle bisogna prima ammettere che per molto tempo la risposta è dipesa dall'altro, non da sé stesse.
L'amore come luogo di esistenza
Ci sono legami da cui non si esce, e non perché siano troppo intensi o perché manchi la forza di interromperli, ma perché toccano qualcosa di più profondo e di più strutturale, il modo stesso in cui una donna ha imparato a esistere, a darsi un contorno, a trovare una consistenza, al punto che la relazione smette di essere lo spazio in cui porta quello che è e diventa quello in cui spera di trovarlo.
Lo sguardo dell'altro, il suo riconoscimento, la sua approvazione, la sua presenza, diventa allora la condizione perché quella consistenza regga, e quando quello sguardo si ritrae, quando l'altro si allontana o diventa indifferente, non si tratta soltanto di una perdita affettiva, ma di qualcosa di più vicino a uno svuotamento, a una perdita di contorno.
Questo spiega qualcosa che spesso risulta incomprensibile a chi non l'ha vissuto, e cioè come si possa restare in una relazione dolorosa, tornarci anche sapendo che nulla cambierà, e come la sofferenza dentro la relazione possa risultare più sopportabile del vuoto fuori di essa, un vuoto che non ha a che fare con la solitudine pratica né con l'incapacità di provvedere a sé stesse, ma con il luogo in cui si colloca il senso di quello che si fa e si è. Tanto che può accadere che tutto continui a funzionare, il lavoro, le giornate, i legami, e che tutto insieme perda colore nel momento in cui quella relazione vacilla, come se ogni cosa valesse qualcosa solo perché c'era qualcuno che la guardava accadere.
Non è irrazionalità, è la logica interna di chi sente che la propria identità è in funzione di ciò di cui l'altro ha bisogno, di come l'altro guarda, di quanto l'altro approva, e c'è persino qualcosa di familiare in quel dolore, qualcosa che si conosce e che proprio per questo risulta meno spaventoso dell'ignoto di una vita diversa.
Nel lavoro clinico con le donne emerge, con una costanza che non può essere ignorata, un tema preciso, quello dello sguardo, non lo sguardo romantico ma quello nel senso più fondamentale del termine, quello che dice ti vedo, esisti, e che nell'infanzia costituisce l'esperienza a partire dalla quale ci si riconosce come qualcuno, perché è cercando il proprio riflesso nel volto di chi si prende cura di noi che si impara ad avere una forma. Quando quel volto non restituisce nulla, o restituisce qualcosa di incostante e imprevedibile, qualcosa resta aperto e in attesa, una domanda che continuerà a cercare risposta nei legami successivi.
Vale anche la pena osservare come molte donne tendano, senza saperlo, a scegliere relazioni che riproducono qualcosa di già conosciuto, non per una ricerca della sofferenza ma perché è in quel modo che hanno appreso come si ama. E così, in ogni nuova storia si accende l'illusione silenziosa che questa volta possa andare diversamente, che questa volta si riesca a ottenere finalmente quello che allora è mancato, una scommessa che si rinnova e che non può essere vinta, perché ripropone il problema invece di elaborarlo.
Nominare l'origine non significa distribuire colpe verso le madri, le famiglie, le storie di provenienza, ma capire da dove viene un certo modo di stare nella relazione, quel bisogno di essere viste che a volte diventa più urgente del benessere e più forte persino del dolore, un bisogno che non è esclusivamente femminile ma che nelle donne trova forme più facilmente riconoscibili, e che attraversa molti momenti della vita e non soltanto le relazioni amorose, perché lo si ritrova nel modo in cui alcune donne vivono la maternità, il lavoro, l'amicizia, ogni spazio in cui la domanda su chi si è torna a presentarsi.
Il nome che la relazione dà
Una delle cose che emerge con maggiore frequenza è come la relazione amorosa venga chiamata a fare qualcosa che va oltre l'amore stesso, e cioè costruire un'identità, dare un nome, offrire una collocazione nel mondo, perché diventare la fidanzata di, la moglie di, l'amata di non sono posizioni vuote, portano con sé un riconoscimento reale, e sarebbe ingenuo negarne il peso.
Il bisogno di essere riconosciute dall'altro è del resto qualcosa di costitutivo, nessuno esiste a prescindere dallo sguardo che lo riconosce, e cercare conferma nei legami è legittimo e inevitabile. Tanto che il problema non sta nel cercare quel riconoscimento nella relazione, ma nell'ancorare la propria esistenza a una sola relazione amorosa come se fosse l'unica fonte possibile, come se senza di essa non restasse nulla.
È lì che la fragilità emerge, non nel bisogno di essere viste, che è umano, ma nel fatto che quell'unico sguardo diventi la condizione di tutto, e quando quella struttura vacilla, quando l'altro delude, tradisce o si allontana, la crisi non è soltanto relazionale, è una crisi di senso, di identità, di orientamento, perché non esisteva un altro luogo da cui guardarsi.
Cosa può cambiare
Il lavoro terapeutico in questi percorsi non consiste nel convincere qualcuno a lasciare una relazione né nel dimostrare che sta sbagliando, ma in qualcosa di più lento e più profondo, che è creare le condizioni perché una donna possa interrogare il proprio desiderio invece di dedurlo da quello dell'altro, e perché quella domanda su di sé smetta di passare interamente attraverso lo sguardo di qualcuno.
Chi sono quando nessuno mi guarda? Cosa voglio davvero, al di là di quello che ho imparato a voler essere? Come distinguo quello che desidero da quello che mi è stato desiderato addosso?
Queste domande fanno paura, e aprire quello spazio richiede tempo e coraggio, ma è lì, in quello spazio che si apre tra sé e il legame, che qualcosa di nuovo diventa possibile, non l'assenza di relazione, ma una relazione in cui non sia tutta la propria esistenza a essere in gioco ogni volta.
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