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17 luglio 20267 min di letturadi Daniela Rubinacci

Il silenzio parla. Quello che non si dice in terapia

Daniela Rubinacci en su consulta de psicoterapia en Madrid

Wittgenstein scrisse che su ciò di cui non si può parlare si deve tacere. In terapia accade esattamente il contrario: è proprio da quel silenzio, da ciò che non trova parole, che inizia il lavoro più vero.

C'è una scena che mi è capitato di vivere molte volte, in stanze diverse, con persone diverse: qualcuno entra, si siede, e tace, non perché non abbia nulla da dire — anzi accade quasi sempre il contrario — ma perché quello che porta è così pesante, o così intimo, o così difficile da nominare, che le parole sembrano insufficienti, o pericolose, o semplicemente incapaci di contenere quello che si sta vivendo.

In quei momenti il silenzio non è assenza, ma una forma di comunicazione che chiede di essere ascoltata con la stessa attenzione, e a volte con più pazienza, che daremmo a qualsiasi parola pronunciata.

Il silenzio come linguaggio

Siamo cresciuti in una cultura che tende a valorizzare la parola chiara, articolata, produttiva, e che percepisce chi non parla come chiuso, reticente o difficile da raggiungere, quando in realtà il silenzio, in terapia, è materiale clinico di primo ordine: dice che qualcosa non ha ancora trovato la sua forma, che la persona davanti a noi sta cercando le parole giuste o sta aspettando di capire se questo spazio è davvero sicuro, che c'è qualcosa che fa paura nominare perché nominarlo significherebbe renderlo più reale, o perché in passato nominare le cose ha avuto conseguenze dolorose.

A volte il silenzio dice anche qualcosa di più difficile da sostenere: mi fido abbastanza di te da non dover riempire il vuoto.

Girare intorno alle parole

Esiste una modalità comunicativa che conosciamo bene nella vita quotidiana: girare intorno a qualcosa senza dirlo direttamente, alludere, schivare, parlare d'altro mentre si pensa a quello — e lo facciamo tutti quando l'argomento è delicato, quando temiamo la reazione dell'altro, quando non siamo sicuri di avere il diritto di dire quello che sentiamo.

In terapia quel giro intorno è spesso l'inizio del lavoro, non un ostacolo ma il cammino stesso: le allusioni, le metafore, le frasi lasciate a metà, i gesti, gli sguardi abbassati sono anch'essi forme di comunicazione, e il compito del terapeuta non è accelerare verso la parola diretta ma abitare quel giro insieme alla persona, con pazienza e con rispetto per il ritmo che le è proprio, perché chi ha vissuto esperienze traumatiche spesso sviluppa nel tempo questa capacità di comunicare per ellissi, per immagini, per silenzi, non come patologia ma come adattamento, come un modo per avvicinarsi a ciò che fa male senza bruciarsi.

Il corpo che parla

Charlie Chaplin ha costruito un'opera intera senza pronunciare una sola parola, dimostrando qualcosa che il cinema muto sapeva bene e che la clinica psicologica non ha fatto che confermare: il corpo ha un suo linguaggio, anteriore e a volte più onesto di quello verbale, capace di dire quello che le frasi non hanno ancora trovato il modo di esprimere.

In seduta, la postura, il tono di voce, il respiro, il modo di occupare lo spazio nella stanza comunicano qualcosa che merita la stessa attenzione delle parole, e in un approccio clinico attento il corpo non si legge come un canale separato dalla parola ma come il suo fondamento, come ricorda Merleau-Ponty descrivendo il corpo vissuto come il mezzo attraverso cui abitiamo il mondo prima ancora di nominarlo.

La stanza come spazio sicuro

Perché tutto questo possa accadere — il silenzio, il girare intorno, il corpo che parla — è necessario uno spazio che lo permetta, e non è qualcosa che si dà per scontato, perché non tutti gli spazi nella vita di una persona lo consentono: la stanza di terapia, quando funziona, è un luogo dove il tempo si dilata, dove non è necessario essere produttivi né efficienti, dove si può stare in silenzio per cinquanta minuti e questo ha un senso preciso, uno spazio dove la parola non è un obbligo ma una possibilità che si costruisce con calma, a volte attraverso lunghe pause, a volte attraverso immagini e metafore prima ancora che attraverso frasi complete, lavorando sempre su quella soglia tra quello che si sa e quello che non si riesce ancora a dire.

Restituire la voce

Il percorso terapeutico può essere descritto, in molti casi, proprio così: restituire alla persona la propria voce, non nel senso di insegnarle a parlare di più ma nel senso profondo di aiutarla a riconoscere che ha qualcosa da dire, che può dirlo, e che qualcuno è disposto ad ascoltare — un processo che richiede tempo, che non ammette scadenze né forza la parola, ma abita lo spazio insieme, costruisce fiducia, e aspetta con una qualità di presenza che dice, senza bisogno di parole: sei al sicuro qui, puoi prendere il tempo che ti serve.

E quando la parola arriva — spesso inaspettata, spesso piccola, spesso bisbigliata — ha un peso diverso da qualsiasi cosa detta in fretta, perché è stata cercata, perché è costata qualcosa, perché è vera.

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